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miércoles, 22 de diciembre de 2010

Un equipo de científicos estadounidenses crea un corazón artificial a partir de tejidos animales


El decubrimiento podría revolucionar la cirugía cardiovascular de trasplantes l El experimento realizado con ratas de laboratorio prueba la efectividad del corazón obtenido

AFP .Una nueva técnica desarrollada en Estados Unidos podría permitir la creación de un corazón artificial a partir de un órgano humano adulto al que se han trasplantado células nuevas, según ha publicado la revista "Nature Medicine" en internet.

La doctora Doris Taylor y su equipo, de la Universidad de Minesota, realizaron un prometedor experimento con corazones de ratas de laboratorio, que, aplicado a humanos, podría revolucionar la cirugía cardiovascular de trasplantes.

Para su investigación, los científicos vaciaron de células el corazón de los roedores mediante un baño con detergente, lo que les permitió conservar el tejido estructural del órgano, incluidos vasos sanguíneos, válvulas y la geometría atrioventricular.

Rellenaron esa estructura con células cardíacas recién formadas, a las que dejaron crecer en cultivos que simulaban la fisiología del corazón. Cuatro días después, los expertos observaron la existencia de contracciones y, a los ocho días, detectaron un bombeo equivalente al 2 por ciento en un corazón adulto, según explican en la revista.

La técnica, apuntan, es prometedora, si bien queda por comprobar la efectividad en vivo de ese corazón artificial. El trasplante de corazones artificiales es una posibilidad teórica en cirugía cardiovascular, pero la generación de un órgano de ese tipo no es fácil ya que requiere reproducir la arquitectura cardíaca, que existan los componentes celulares adecuados y funcione la actividad de bombeo.

domingo, 19 de diciembre de 2010

Houellebecq gratis sul web:la provocazione di un blogger


Lo scrittore ha preso brani da Wikipedia per il suo romanzo: quindi la sua opera deve essere aperta a tutti»
LA DISPUTA

«Lo scrittore ha preso brani da Wikipedia per il suo romanzo: quindi la sua opera deve essere aperta a tutti»
dal nostro corrispondente

PARIGI – L’ultimo romanzo di Michel Houellebecq (edizione francese) integrale e gratuito sul web. In tempi di ebook e di case editrici particolarmente attente a non diventare le prossime vittime del downloading, la provocazione di un blogger potrebbe diventare una causa pilota.

DIRITTI - «Potete modificare, trasformare o adattare questa creazione, ma avete il diritto di distribuire l’opera che ne deriva solo se garantite agli altri la stessa possibilità», dice la licenza Creative Commons By-Sa che tutela Wikipedia. E siccome Michel Houellebecq ha ammesso di avere rielaborato dei testi tratti dall’enciclopedia online, secondo il blogger francese Florent Gallaire il suo romanzo La carta e il territorio (in Italia edito da Bompiani) sarebbe da considerarsi a sua volta aperto e gratuito, proprio come una voce di Wikipedia. Gallaire ha messo sul suo blog il link al servizio Rapidshare dal quale scaricare (in circa 20 secondi) le oltre 400 pagine del romanzo vincitore del premio Goncourt.

IL CANDIDATO - Gallaire, 27enne con due master in informatica e diritto, candidato nel 2008 al XIII arrondissement di Parigi, appare sicuro dei suoi argomenti giuridici ma già i lettori che hanno postato commenti sul suo blog lo sono molto meno. Ed è invece certa che si tratti di una cantonata la casa editrice Flammarion: «Gallaire cita un articolo del regolamento che si applica solo ai contributori di Wikipedia – spiega, su Rue89.com, Emmanuel Pierrat, specialista del diritto d’autore, e direttore della collana “L’Enfer” di Flammarion -. Quando qualcuno partecipa a questa opera collettiva, il suo intervento è libero da diritti. Ma questo non si applica al lavoro personale di uno scrittore che si è ispirato agli articoli dell’enciclopedia». Gilles Haeri, numero due della casa editrice, ha annunciato una causa legale.

COPIARE- Al sito Slate.fr che si era accorto di alcune somiglianze tra alcune «entry» di Wikipedia sul politico Frédéric Nihous, sulla mosca domestica, sulla cittadina di Beauvais, sui commissariati di polizia e l'hotel Carpe Diem, Michel Houellebecq aveva risposto così: «Il tentativo di fare un po' di confusione tra fiction e realtà è stato compiuto da molti prima di me nella letteratura francese. In particolare da Georges Perec. Lui però era più bravo, riusciva a inserire dei frammenti completamente estranei al testo con grande abilità e senza modificarli minimamente. Io qualche parola la cambio sempre, mi sembra necessario per la tenuta stilistica. Parlare di plagio, in ogni caso, è completamente fuori luogo». Le accuse di avere copiato in effetti non hanno avuto seguito e Houellebecq ha poi vinto il più prestigioso premio letterario di Francia. Se lo scrittore è stato ignorato dai tribunali, il blogger potrebbe essere meno fortunato.

Stefano Montefiori
26 novembre 2010(ultima modifica: 29 novembre 2010)

Oggi la terza età comincia a 75 anni


Considerare anziani i 65enni è del tutto anacronistico:
sono in buona forma come i 55enni di 40 anni fa
Condizioni radicalmente cambiate

Considerare anziani i 65enni è del tutto anacronistico:
sono in buona forma come i 55enni di 40 anni fa



MILANO - Non chiamateli vecchi. Gli italiani di 65 anni o giù di lì non vogliono proprio sentir parlare di terza età: secondo un'indagine presentata alla London School of Economics, condotta intervistando oltre 12mila over 65 in diversi Paesi, due ultrasessantacinquenni italiani su tre dichiarano di non sentirsi affatto «anziani». Quattro su dieci pensano che la vecchiaia inizi davvero solo dopo gli ottant'anni: incoscienza giovanilistica di una generazione, o visione realistica di una terza età che non ha più i capelli grigi? Marco Trabucchi, presidente della Società italiana di psicogeriatria, propende per la seconda ipotesi: «Considerare anziano un 65enne oggi è anacronistico: a questa età moltissimi stanno fisicamente e psicologicamente bene. Sono nelle condizioni in cui poteva trovarsi un 55enne una quarantina d'anni fa. Per questo affermano di non sentirsi vecchi: non lo sono e se hanno qualche piccolo acciacco lo tollerano senza troppi drammi».

ATTIVI E SVEGLI - Peraltro, una ricerca dell’Università svedese di Goteborg ha dimostrato che i 70enni di oggi sono più "svegli" dei loro coetanei di 30 anni fa: ai test cognitivi e di intelligenza ottengono risultati migliori, probabilmente perché sono più colti, più attivi e meglio curati rispetto al passato. Ma chi sono, allora, i veri anziani? Gli ultraottantenni? Spostare la vecchiaia dopo gli 80 anni è forse troppo ottimistico, ma senza dubbio abbiamo guadagnato una decina d'anni: la vera terza età inizia a 75 anni, ormai. In Italia, poi, l'aspettativa di vita è una delle più alte: significa che viviamo bene, e che da noi è ancora più probabile che altrove arrivare a 75 anni in buona salute» dice Trabucchi. La rivista Scientific American poco tempo fa si chiedeva addirittura se «I cento anni sono i nuovi ottanta?». Risponde Niccolò Marchionni, presidente della Società italiana di gerontologia e geriatria: «Sì, vent'anni fa un'ottantenne era quasi sempre pieno di acciacchi, ora si deve arrivare ai 90-100 anni per vedere situazioni analoghe». E quando arrivano i guai della vecchiaia, come gestire gli inevitabili cambiamenti? «Per continuare a stare bene non bisogna lasciarsi andare: mantenersi attivi mentalmente e fisicamente, avere interessi, accettando però i nuovi limiti - consiglia Trabucchi -. Non è giovanilismo, ma un sano approccio alla vita per rendere più lieve il peso degli anni, senza di colpo pensare solo al senso di perdita per ciò che non è più». Invece, spesso prende il sopravvento il cosiddetto "ageismo", la rassegnazione di fronte all'età che avanza: l'anziano, quando arrivano i veri problemi, pensa che curarsi non valga troppo la pena. E così la pensano anche molti medici. Questo atteggiamento spiega i dati di una ricerca condotta dalla Sigg con la Fondazione Sanofi-Aventis su oltre 400mila over 65 di tutta Italia: circa 4 milioni di anziani non ricevono le terapie adeguate, un po' perché i medici non le prescrivono, un po' perché loro stessi non prendono i farmaci.

POCO CURATI - E più si invecchia, meno si viene curati: dopo un infarto chi ha più di 85 anni riceve i medicinali giusti in un terzo dei casi rispetto agli under 70; dopo gli 85 anni gli esami e le visite specialistiche "crollano" di quasi 4 volte; la spesa sanitaria è più che dimezzata. «C'è l'errata convinzione che una persona molto anziana non tragga benefici dalle terapie e quindi che non sia "conveniente" curarla - commenta Marchionni -. Non è così, anzi: in caso di infarto negli ultraottantacinquenni mortalità e recidive calano del 70%, se si seguono le cure. E lo stesso vale per tutte le patologie, dal diabete al colesterolo alto, dalla broncopneumopatia alla depressione». Tra l'altro, i dati raccolti dalla Sigg "pesano" perché arrivano finalmente dal mondo reale: le sperimentazioni cliniche coinvolgono di solito 65-70enni, ma oggi chi si ammala ha quasi sempre più di 75 anni. Morale, quello che si sa dagli studi non sempre è applicabile ai malati veri. Per questo i geriatri e l'Agenzia Italiana del Farmaco pubblicheranno a gennaio un documento in cui si chiederà una revisione dei metodi di valutazione dell'efficacia dei farmaci negli anziani. La paura più grande degli italiani però non è esser curati male, ma, secondo uno studio del Censis, diventare non autosufficienti. «Un'analisi realistica - osserva Trabucchi - perché nessuno sta affrontando il problema della gestione degli anziani non autosufficienti». Una situazione che diventerà presto esplosiva: secondo le proiezioni Istat nel 2050 potremmo avere quasi 160mila centenari. Se non saranno tutti arzilli e in salute saranno guai.



Elena Meli

martes, 14 de diciembre de 2010

Un intestino de encargo


El primer órgano humano completo obtenido de células madre ya es un hecho - Supone un gran paso para investigar enfermedades intestinales y fabricar piezas para trasplante en laboratorio
JAVIER SAMPEDRO 14/12/2010

El primer órgano humano completo obtenido de células madre ya es un hecho. Se trata de un intestino indistinguible en toda su complejidad del natural, y supone un paso esencial hacia el gran objetivo de la medicina regenerativa: fabricar piezas para trasplante en el tubo de ensayo.

El primer órgano humano completo obtenido de células madre ya es un hecho. Se trata de un intestino indistinguible en toda su complejidad del natural, y supone un paso esencial hacia el gran objetivo de la medicina regenerativa: fabricar piezas para trasplante en el tubo de ensayo. De forma más inmediata, supone un sustrato ideal para investigar las enfermedades intestinales y probar fármacos contra ellas.

El equipo de James Wells, del Cincinnati Children's Hospital Medical Center, ha conseguido transformar células madre humanas en tejido intestinal. Los científicos habían logrado hasta ahora obtener algunos tipos de células diferenciadas, como neuronas de cierta clase, pero esta es la primera vez que obtienen un tejido humano completo, con todos sus tipos celulares organizados como lo están normalmente en un adulto.

Se trata de un paso esencial hacia el objetivo principal de la medicina regenerativa, que es usar los cultivos de células madre para obtener tejidos que puedan trasplantarse a pacientes de enfermedades hoy incurables. El tejido intestinal producido por el equipo de Wells, sin embargo, no sirve para trasplantar, puesto que las células madre iniciales no fueron derivadas de un paciente, y por tanto el tejido no casa genéticamente con él, por lo que habría rechazo si se trasplantara.

Los científicos han tenido éxito con dos tipos de cultivos: las células madre embrionarias, obtenidas de embriones descartados en los tratamientos de fecundación in vitro; y las células madre llamadas iPS por induced pluripotent stem cells, o células madre de pluripotencia inducida.

Con las primeras, habría que clonar un embrión para conseguir tejido que case genéticamente con un paciente, y esa técnica no existe aún en humanos. Pero las células iPS se obtienen a partir de simples células de la piel o el cabello de una persona, y por tanto casan genéticamente con ella. Y esta técnica sí se ha demostrado ya en pacientes humanos.

Aunque los trasplantes basados en esta técnica deben aún superar varios escollos técnicos, otras aplicaciones serán más inmediatas. Los tejidos servirán para estudiar con un detalle sin precedentes el proceso de desarrollo del intestino humano, y también -si las células se derivan de un enfermo- los mecanismos exactos que conducen a esa enfermedad. El estudio de Wells y sus colegas se presentó ayer en Nature.

En experimentos anteriores, otros laboratorios habían logrado transformar las células madre humanas, ya sean embrionarias o iPS, en monocapas -capas de una sola célula de grosor- de hepatocitos, el principal tipo celular del hígado, y también en células endocrinas del páncreas, las que producen la insulina. Ambas se mostraron útiles para tratar, en modelos animales, la enfermedad hepática y la diabetes.

Pero, según Wells, "la generación in vitro de tejidos tridimensionales complejos sigue siendo uno de los principales desafíos" para la traslación a la medicina de estas técnicas.

Durante el desarrollo normal, las células indiferenciadas del embrión -es decir, las células madre en su contexto natural- se van especializando (diferenciando, en la jerga) paso a paso, según se van exponiendo a una serie ordenada de señales externas, o factores de crecimiento, producidos por otras células vecinas. La nueva técnica se basa en imitar ese proceso en el tubo de ensayo, añadiendo esos mismos factores de crecimiento de forma ordenada.

La primera fase del desarrollo embrionario -no solo en nuestra especie, sino en cualquier embrión animal- es la formación de tres capas concéntricas de células. La capa más exterior, o ectodermo, es la que producirá luego la piel y el sistema nervioso. La capa central, o mesodermo, fabrica el esqueleto y los músculos. Y la interior, o endodermo, genera las vísceras y el tubo digestivo, incluido el intestino.

En la reconstrucción mimética del proceso, los científicos añaden a las células indiferenciadas un factor llamado activina, que las convierte en una capa indistinguible del endodermo, la capa interior de un embrión normal. Es el primer paso hacia el desarrollo del tubo digestivo.

Otros dos factores -llamados Wnt y FGF- transforman después ese endodermo genérico en endodermo posterior, el que normalmente ocupa en el embrión la parte más cercana al ano. Estos dos factores son los que dirigen a las células hacia el destino de intestino, en lugar de estómago o esófago. Nuevamente, esto es así tanto en el desarrollo normal como en la técnica de Wells y sus colegas.

Finalmente, una mezcla de factores que los investigadores denominan "sistema de cultivo prointestinal" completa los procesos de crecimiento por división celular, de diferenciación -la producción de los distintos tipos celulares que forman el intestino- y de morfogénesis. Esta última palabra significa "generación de forma", y designa el proceso que esculpe las capas de tejidos hasta que adoptan su forma final, en este caso la de un tubo.

Y no un tubo cualquiera, sino uno que reproduce todas las complejidades del intestino normal. Al igual que en este, la cara interna del tubo aparece plegada en villi, o vellosidades, una especialización del intestino que aumenta la superficie útil para absorber los alimentos. También muestra las criptas típicas de un intestino normal, que son las estructuras encargadas de ir reponiendo las células que se van estropeando y muriendo por el uso.

Las criptas pueden hacer eso porque contienen células madre intestinales, es decir, células que están diferenciadas parcialmente -ya no son capaces de producir cualquier tejido del cuerpo, como las embrionarias- pero se preservan en un estado en el que aún pueden proliferar y generar los tipos celulares típicos del intestino. Los datos de Wells indican que estas células no se han quedado a medio diferenciar en el proceso, sino que se des-diferencian parcialmente como parte del desarrollo normal (y también del artificial).

Un fenómeno parecido ocurre en otros órganos -tal vez en todos-, y es el fundamento del mecanismo de homeostasis, o renovación continua, que es característico de la piel, los endotelios (capas internas de los vasos sanguíneos y el tubo digestivo) y tal vez de otros órganos.

Por ejemplo, un equipo del Centro Nacional de Investigaciones Cardiovasculares (CNIC), dirigido por Valentín Fuster, está investigando sobre las posibles células madre del corazón, que en nuestra especie son muy escasas y obviamente incapaces de regenerar el miocardio tras un infarto, pero que tal vez -esperan los científicos- podrían estimularse mediante alguna molécula administrada al paciente.

El intestino artificial también contiene los demás tipos celulares presentes en el órgano natural, como los enterocitos y las células llamadas enteroendocrinas, cáliz y de Paneth. El parecido con un intestino natural no solo es morfológico, sino que se extiende a los marcadores moleculares de cada uno de esos tipos celulares, es decir, genes y proteínas que solo están activos en cada una de ellas, y que los investigadores suelen utilizar para identificarlas.

Un hecho notable más es que el intestino artificial es capaz de madurar in vitro -sin implantar en ningún entorno biológico- y adquirir las dos funciones esenciales de un intestino normal: la de absorber alimentos y la de secretar hormonas.

"El sistema", dicen Wells y sus colegas, "permite investigar los fundamentos moleculares de las enfermedades intestinales congénitas, y también generar tejido intestinal para futuras terapias basadas en el trasplante para enfermedades como la enterocolitis necrotizante, la enfermedad inflamatoria intestinal y el síndrome del intestino corto".

Como ocurre con otros tipos celulares derivados de células madre, los cultivos obtenidos de un paciente son también sistemas óptimos para probar nuevos fármacos contra la enfermedad en cuestión. Los científicos esperan que estas técnicas sirvan pronto para mejorar y acortar los procedimientos de aprobación de una molécula, que ahora llevan unos 12 años.

Origen y función

- Células madre embrionarias. Son las que se obtienen de embriones de dos semanas que han sobrado de las fecundaciones in vitro. Son capaces de generar todos los tipos celulares del cuerpo, pues esa es su función natural. Solo tienen, para algunos, un problema: la mayoría de las veces, para obtenerlas hay que destruir el embrión (hay algunos experimentos que lo han logrado sin hacerlo), y los grupos conservadores equiparan esto con un aborto o, más aún, con un homicidio. Por eso en EE UU su financiación pública fue prohibida por George W. Bush, aunque luego Barack Obama levantó el veto.

- Células madre adultas. Se encuentran en los órganos adultos, y pueden generar los tipos celulares del órgano del que se extraen. En la piel o el intestino, son las responsables de ir renovando las células muertas.

- Células madre iPS. Se obtienen dando marcha atrás el reloj de simples células diferenciadas de la piel o el pelo. Son tan versátiles como las células madre embrionarias. Si la piel era de un paciente, las células iPS y los tejidos que provengan de ellas casarán genéticamente con el paciente.

- Células madre del cáncer. Los oncólogos creen probable que los tumores crezcan a partir de células adultas que se han des-diferenciado recuperando su carácter primigenio de células madre y por tanto una gran capacidad de proliferación. Deben destruirse para impedir que el tumor se reproduzca.

miércoles, 8 de diciembre de 2010

Células que calculan


Los investigadores Eulalia de Nadal, Ricard Solé, Francesc Posas, Sergi Regot, Javier Macia y Nuria Conde (de izquierda a derecha) en la Universidad Pompeu Fabra.- UPF

Investigadores españoles abren una nueva vía hacia los ordenadores biológicos
MALEN RUIZ DE ELVIRA - Madrid - 08/12/2010

Una red de células modificadas que puede hacer cálculos complejos representa una nueva vía hacia los ordenadores biológicos que proponen científicos españoles, en lo que representa un avance importante en el campo de la biología sintética. Los investigadores, en su mayor parte de la Universidad Pompeu Fabra de Barcelona, han diseñado y construido redes de computación biológica distribuida con levaduras (organismos unicelulares) modificadas genéticamente que se pueden combinar de muchas maneras distintas, en las que las conexiones son moléculas. Cada red básica define una función lógica y la combinación de las células y de sus conexiones permite construir dispositivos sintéticos cada vez más complejos. Los resultados del trabajo, liderado por Ricard Solé y Francesc Posas, se publican en la revista Nature.

Las células pueden recibir señales de otras y de fuentes externas, o solamente de fuentes externas y también pueden producir moléculas.




El primer circuito que diseñaron fue una puerta lógica AND con dos tipos de células que responden a dos estímulos (el cloruro de sodio y el estradiol) y una feromona como conexión. La presencia del cloruro de sodio estimula una célula para que produzca la feromona, que es recibida por la segunda célula. Además, esta es sensible al estradiol y cuando recibe los dos estímulos y solo entonces, da lugar al producto final deseado, que puede ser una proteína fluorescente. De forma similar implementaron una puerta OR y posteriormente las otras funciones booleanas, reutilizando los componentes de las anteriores.

Hasta ahora la biología sintética había intentado diseñar ordenadores vivos a partir de los conceptos básicos de la electrónica, recuerdan los investigadores. Esta aproximación tenía el problema de cómo conectar las diferentes partes de los circuitos. En electrónica esta conexión se consigue mediante un cable que transmite la electricidad entre elementos separados en el espacio, cosa que no se puede reproducir en un sistema vivo, por lo que había fracasado hasta ahora como principio de diseño y no se había alcanzado uno de los objetivos de la biología sintética: la combinación de diferentes partes para conseguir objetivos complejos.

En este trabajo se ha resuelto el problema utilizando una nueva teoría que permite construir circuitos avanzados utilizando células vivas como unidades básicas y muy pocas conexiones. Es un sistema que permite crear muchos circuitos diferentes con un mínimo de células existentes y que, además, una vez un circuito está establecido es susceptible de ser programado añadiendo únicamente un determinado compuesto en el medio de cultivo en el cual se encuentra. La capacidad de respuesta de estos sistemas se podría aplicar a la detección de moléculas y su posterior degradación, a la interacción con determinadas células diana y su control y al diseño de poblaciones celulares con capacidad de comportarse como tejidos artificiales.

Nuevas técnicas para desvelar cómo funciona el cerebro


La reconstrucción del órgano está todavía lejana, 100 años después de Cajal
MALEN RUIZ DE ELVIRA - Madrid - 08/12/2010

Aunque mucho se ha avanzado desde que Cajal elaborara hace más de un siglo su hipótesis sobre cómo se conectan las neuronas, uno de los principales retos de la neurociencia sigue siendo conocer el diseño estructural de los microcircuitos cerebrales y cómo estos circuitos contribuyen al funcionamiento del cerebro.

Aunque mucho se ha avanzado desde que Cajal elaborara hace más de un siglo su hipótesis sobre cómo se conectan las neuronas, uno de los principales retos de la neurociencia sigue siendo conocer el diseño estructural de los microcircuitos cerebrales y cómo estos circuitos contribuyen al funcionamiento del cerebro. La tarea es tan grande y compleja que puede llevar al pesimismo. Sin embargo, el especialista español Javier de Felipe se muestra optimista en el ensayo que ha publicado en Science sobre qué se puede hacer en el estudio del cerebro humano y su optimismo se basa en las nuevas herramientas disponibles, incluidos los análisis estructurales y computacionales.

El objetivo es relacionar el conocimiento a tres escalas diferentes: con el conectoma, que representa las conexiones macroscópicas e intermedias del cerebro, y el sinaptoma, las conexiones microscópicas entre sinapsis (las zonas por las que se comunican las neuronas). Los diagramas de circuito del sistema nervioso son imposibles de completar sinapsis a sinapsis, reconoce De Felipe, pero los avances en la capacidad para relacionar los datos macroscópicos y microscópicos pueden llevar a establecer un modelo estadístico realista para describir la conectividad en el nivel del sinaptoma, en vez de intentar la reconstrucción completa del cerebro, algo que todavía está muy lejano.

La resonancia magnética nuclear, para estudios incluso en vivo, la microscopía óptica y la microscopía electrónica son, respectivamente, las herramientas de base para estudiar el cerebro en cada nivel de detalle, pero se están añadiendo continuamente otras. Entre ellas están los ratones arco iris, genéticamente modificados para expresar proteínas fluorescentes en conjuntos de células nerviosas, Además, se automatiza la reconstrucción en tres dimensiones de volúmenes grandes a partir de secciones ultrafinas cerebrales, con técnicas que se conocen por sus siglas (FIB-SEM), y que se acompañan de otras para marcar las neuronas individuales. En el estudio específico de tejidos humanos, procedentes de biopsias y autopsias, los avances técnicos son también muy importantes.

Las dificultades son tantas, a pesar de todo, que se han hecho necesarios grandes proyectos de investigación, como el Proyecto Conectoma Humano y el Blue Brain, en el que participa desde 2009 el Laboratorio de Circuitos Corticales (Universidad Politécnica de Madrid-CSIC) que dirige De Felipe. El objetivo final, según este experto, sería un modelo del cerebro, especialmente de la corteza, donde residen las funciones típicamente humanas y que representa el 85% del volumen total.

"¿Qué misteriosas fuerzas presiden la aparición de las expansiones, promueven su crecimiento y ramificación, provocan la emigración congruente de células y fibras, según direcciones prefijadas y como obedeciendo a sabio plan arquitectónico, y establecen, en fin, esos ósculos protoplásmicos, las articulaciones intercelulares, que parecen constituir el éxtasis final de una épica historia de amor?" Así se expresaba Cajal en Recuerdos de mi vida, publicado en 1917 y a esta historia de amor se refiere De Felipe, para el cual un final adecuado sería la construcción de una corteza en silicio -una corteza cerebral artificial en un ordenador- que considera ya posible.

Una pregunta sugerente es si llegaría a pensar esta corteza cerebral. De Felipe recuerda: "Para un materialista, los procesos mentales tendrían simplemente una explicación física y el problema cuerpo-mente lo enunciaría preguntándose: ¿Cómo lo físico puede engendrar un proceso mental o cómo lo mental puede ser explicado por un fenómeno físico? Para un dualista no existiría tal problema, porque la materia y el espíritu serían dos entidades absolutamente independientes, o, utilizando términos más modernos, los procesos mentales se manifestarían a través del cerebro, pero éste no sería la causa", y añade: "Quizá, una de las principales contribuciones de la neurociencia actual ha sido abordar el tema de los procesos mentales desde un punto de vista biológico, pero es llamativo el poco arraigo popular e influencia en la sociedad del conocimiento neurocientífico: debido a la poca cavilación sobre la relación entre el cerebro y nuestra humanidad es frecuente encontrarnos con la dificultad de aceptar la naturaleza neural de los procesos mentales, incluso dentro de la comunidad científica".

A eso se refiere el comentario que sobre el artículo en Science le ha mandado su colega Matthew Kirkcaldie, de la Universidad de Tasmania: "Me encantaría ver una corteza de silicio, pero tengo una creencia profunda e irracional en que hay algo en las neuronas que no podemos capturar con la morfología y la electrofisiología".

domingo, 5 de diciembre de 2010

Dark Matter Could Transfer Energy in the Sun


ScienceDaily (Dec. 3, 2010) — Researchers from the Institute for Corpuscular Physics (IFIC) and other European groups have studied the effects of the presence of dark matter in the Sun. According to their calculations, low mass dark matter particles could be transferring energy from the core to the external parts of the Sun, which would affect the quantity of neutrinos that reach Earth.

"We assume that the dark matter particles interact weakly with the Sun's atoms, and what we have done is calculate at what level these interactions can occur, in order to better describe the structure and evolution of the Sun," Marco Taoso, researcher at the IFIC, a combined centre of the Spanish National Research Council and the University of Valencia, explains.

The astrophysical observations suggest that our galaxy is situated in a halo of dark matter particles. According to the models, some of these particles, the WIMPs (Weakly Interacting Massive Particles) interact weakly with other normal ones, such as atoms, and could be building up on the inside of stars. The study, recently published in the journal Physical Review D, carries out an in-depth study of the case of the Sun in particular.

"When the WIMPs pass through the Sun they can break up the atoms of our star and lose energy. This prevents them from escaping the gravitational force of the Sun which captures them, and they become trapped, orbiting inside it, with no way of escaping," the researcher points out.


Scientists believe that the majority of the dark matter particles gather together in the centre of the Sun, but in their elliptic orbits they also travel to the outer part, interacting and exchanging with the solar atoms. In this way, the WIMPs transport the energy from the burning central core to the cooler peripheral parts.

"This effect produces a cooling down of the core, the region from where the neutrinos originate due to the nuclear reactions of the Sun," Taoso points out. "And this corresponds to a reduction in the flux of solar neutrinos, since these depend greatly on the temperature of the core."

The neutrinos that reach Earth can be measured by means of different techniques. These data can be used to detect the modifications of the solar temperature caused by the WIMPs. The transport of energy by these particles depends on the likelihood of them interacting with the atoms, and the "size" of these interactions is related to the reduction in the neutrino flux.

"As a result, current data about solar neutrinos can be used to put limits on the extent of the interactions between dark matter and atoms, and using numerical codes we have proved that certain values correspond to a reduction in the flux of solar neutrinos and clash with the measurements," the scientist reveals.

The team has applied their calculations to better understand the effects of low mass dark matter particles (between 4 and 10 gigaelectronvolts). At this level we find models that attempt to explain the results of experiments such as DAMA (beneath an Italian mountain) or CoGent (in a mine in the USA), which look for dark material using "scintillators" or WIMP detectors.

Debate about WIMP and solar composition

This year another study by scientists from Oxford University (United Kingdom) also appeared. It states that WIMPs not only reduce the fluxes of solar neutrinos, but also, furthermore, modify the structure of the Sun and can explain its composition.

"Our calculations, however, show that the modifications of the star's structure are too small to support this claim and that the WIMPs cannot explain the problem of the composition of the sun," Taoso concludes.

Disclaimer: Views expressed in this article do not necessarily reflect those of ScienceDaily or its staff.

sábado, 4 de diciembre de 2010

No sex please, we’re Swedish


Nationalists call for a return to tradition
By Clemens Bomsdorf | Web only
Published online 28 Oct 10 (News)

Right wing vandals attacked and damaged works during Serrano's 2007 Lund show

LUND. The first members of the right-wing nationalist Sweden Democrats (SD) party to be elected to the country’s parliament are attacking the government’s cultural policy. They are demanding that instead of supporting exhibitions of abstract or conceptual art the state should focus on cultural history.

“Taxes are being spent on exhibitions that the public is not interested in, for example non-figurative art. Instead we should focus on values that create a feeling of togetherness,” Erik Almqvist, a spokesman for the SD, told The Art Newspaper. He is one of 20 SD candidates who won seats at the September election. Before that the SD was only represented at local level.


In 2007 Almqvist argued against a Lund museum showing Andres Serrano’s exhibition “A History of Sex”. “These works are pure pornography and I have difficulty identifying them as art. We are subsidising a cultural elite. Instead, the money should be put into exhibitions people want to see,” he said at the time. The exhibition went ahead but was attacked by right-wing extremists.


“The SD has a populist view of art and might be able to influence the public debate quite heavily”, Sune Nordgren, former director of The Baltic in Gateshead said. Sweden’s governing Alliance party, a coalition of four centre-right parties, is two seats short of a majority, so smaller parties such as the SD are gaining influence. Nordgren says controversial art was already becoming more difficult to exhibit since the Alliance came to power in 2006.


“The Christian Democrats and the Liberal People’s Party from the coalition partly echo the view of the SD,” said Nordgren. All three parties are arguing against a cultural elite and want to see more support for culture with Swedish roots, he said. “In Sweden we have a climate in which those who appreciate paintings that depict something should apologise straight away,” Göran Hägglund, leader of the Christian Democrats, complained recently.


Mats Persson, secretary general of the Association of Swedish Museums said: “I fear that we will now see in Sweden what we have seen elsewhere in Europe: that other political parties adopt the rhetoric of the right. We have to accept that some art might be difficult to understand, but it is this questioning that society needs.”

Mickey and the phantom menace


Mr Brainwash has arrived, hence Mickey Mouse and Star Wars stormtroopers guarding the building on the corner of Collins Avenue and 21st Street. Part of the street artist's pop-up exhibition, “Under Construction” (due to run until January), the show is advertised by a highway incident-style sign much to the chagrin of those in charge of traffic management in Miami Beach. Officials want the faux-road sign removed in double quick time. “They will never stop me,” declared Mr Brainwash. “I'm with the people and the people have the power.” This is an artist who wields clout. He convinced the empty building's owner to discount the rent, which ain't cheap on SoBe.

Published online 3 Dec 10

jueves, 2 de diciembre de 2010

Muere el inventor de la bomba de neutrones


El físico Samuel T. Cohen ideó el arma "definitiva" en palabras de Khrushchev porque está diseñada para matar seres vivos sin infligir daños materiales en el entorno
EL PAÍS / EFE - Madrid / Los Ángeles - 02/12/2010

El físico Samuel T. Cohen, inventor de la controvertida arma nuclear conocida como bomba de neutrones, ha fallecido a los 89 años dos semanas después de someterse a una operación para extirparle un tumor de estómago, informa el diario Los Angeles Times. Cohen, que murió el pasado domingo en su domicilio en Los Ángeles, era considerado el padre de esta bomba ideada para matar únicamente seres vivos sin apenas causar daños materiales en los edificios y propiedades de la zona afectada por la explosión. Cohen la diseñó en 1958, Estados Unidos no la fabricó hasta la década de los ochenta y nunca, por fortuna, ha llegado a ser utilizada.

Nacido en Brooklyn en 1921, se mudó a Los Ángeles con su familia cuando tenía 4 años. Su padre, un judío austriaco que emigró a los Estados Unidos a través de Gran Bretaña, trabajaba como carpintero construyendo escenarios de películas. Cursó sus estudios en la prestigiosa Universidad de California (UCLA) en Los Ángeles y, mientras cumplía el servicio militar en la II Guerra Mundial, fue reclutado para participar en el Proyecto Manhattan, que sirvió para desarrollar la primera bomba atómica. Con un lápiz, un papel y una regla de cálculo, ideó en 1958 la bomba de neutrones, que tiene una décima parte de la potencia explosiva de una bomba de fisión y muchos menos inconvenientes. A pesar de sus incansables campañas para convencer a los diferentes presidentes de EE UU para que incluyeran el arma en el arsenal táctico del país, casi todos los mandatarios -Kennedy, Johnson, Carter...- desoyeron uno tras otro sus argumentos.

"El arma más sana y moral"

Hasta la llegada del republicano Ronald Reagan, que en 1981 ordenó la fabricación de 700 ojivas de neutrones en pleno apogeo de la Guerra Fría en respuesta al masivo despliegue de tanques soviéticos colocados estratégicamente en el este de Europa. El ex actor consideraba esta bomba como la única arma táctica que podía usar sin cargarse de paso gran parte del continente. Sin embargo, estas armas nunca llegaron a lanzarse y se desmantelaron años después tras las protestas generalizadas y la desintegración de la Unión Soviética.

Se cree que Francia, China, Rusia e Israel también produjeron bombas de neutrones y se desconoce si actualmente tienen alguna en su poder. Cohen siempre defendió su creación como el arma "más sana y moral jamás diseñada porque, cuando la guerra termine, el mundo seguirá intacto". A diferencia de la bomba atómica, que genera una gran cantidad de radiación y un calor que incinera todo lo que se encuentra a su paso, ya seas seres vivos o bloques de pisos, la bomba de Cohen emplea únicamente la fuerza destructora de los neutrones, capaces de atravesar estructuras inanimadas como paredes, vehículos, tanques y armaduras sin alterarlas y sin apenas generar radiación.

La bomba de neutrones o arma de radiación mejorada, en cambio, resulta letal para las células vivas. Es decir, que no destruye sino mata. La bomba atómica, además, tiene el ligero inconveniente de dejar contaminada la zona de deshechos radioactivos durante décadas, mientras que la de neutrones no supone ninguna amenaza para la civilización, ya que no daña el medio ambiente. Los críticos de este armamento acusaron a Cohen de crear un arma que hace asumible una guerra nuclear y que podría detonar un conflicto a gran escala que derivaría en una conflagración atómica. El que fuera presidente soviético Nikita Khrushchev calificó la bomba de neutrones de "el arma capitalista definitiva" porque se construyó para "matar a un hombre de forma que su traje no quede manchado de sangre y puedes quedarte con él".

"Es el arma más sana y moral jamás concebida", dijo el propio Cohen en una entrevista con The New York Times poco antes de su muerte. "Es la única arma nuclear de la historia que hace que tenga sentido en hacer la guerra. Cuando la guerra termine, el mundo sigue intacto", añadió.

Una bacteria que vive con el arsénico amplía la receta de la vida


El microorganismo, hallado en California, da nuevas pistas sobre cómo buscar vida extraterrestre
EL PAÍS - Madrid - 02/12/2010

Una bacteria que vive en ellago californiano Mono, salado y rico en arsénico, ha sorprendido a los científicos por su capacidad de sustituir en sus elementos esenciales, incluido en parte el ADN y las membranas celulares, el habitual fósforo por arsénico. El hallazgo supone añadir este elemento, normalmente tóxico por alterar los procesos metabólicos de los seres vivos, a los seis ingredientes clásicos de los organismos vivos: carbono, hidrógeno, nitrógeno, oxígeno, azufre y fósforo. Los expertos en astrobiología de la NASA señalan que esto abre una nueva vía posible de búsqueda de vida extraterrestre, en forma de organismos que puedan vivir en las condiciones hasta ahora consideradas extremadamente venenosas del arsénico.

Felisa Wolfe-Simon y sus colegas han demostrado en sus experimentos en laboratorio que las colonias de estas bacterias, de la familia de las halomonadaceas, cuando son cultivadas en un medio en el que se va sustituyendo en la dieta el fósforo por el arsénico, acaban asimilando ese segundo elemento, incorporándolo inclusoen el material genético. "Nuestro hallazgo nos recuerda que la vida tal y como la conocemos puede ser mucho más flexible de lo que normalmente asumimos o podemos imaginar", ha manifestado la investigadora.




Estos microorganismos especiales se suman a la lista de los llamados extremófilos, capaces de adaptarse a la vida en condiciones normalmente hostiles como de alta temperatura, acidez o salinidad. Pero el descubrimiento, indica la revista Science donde se da a conocer, "saca a la luz, por primera vez, un microorganismo que es capaz de usar un elemento químico tóxico, en lugar de un fosfato, para vivir y crecer".

El experimento de estos científicos estadounidenses demuestra que es posible una forma de vida con una química diferente a la habitual. En ese caso se trata de una adaptación extrema, puesto que las bacterias se basan en el fósforo normalmente, pero son capaces de cambiarlo por el arsénico, aunque prefieren el primero en la dieta.

"Sabíamos ya que algunos mibrobios pueden respirar arsénico, pero lo que hemos descubierto es que esta bacteria es capaz de hacer algo nuevo, al construir parte de sí misma con ese elemento", ha explicado Wolfe-Simon.

Estos científicos decidieron explorar el lago Meno por sus características químicas especiales, sobre todo su alta salinidad, pero también la alta concentración de arsénico en sus aguas. Tomaron muestras de bacterias allí y decidieron experimentar con ellas en su laboratorio para probar la idea de la sustitución del fósforo por el arsénico que Wolfe-Simón había explorado,como pura especulación, dadas que ambos elementos comparten propiedades químicas importantes. La investigación ha sido un éxito.

"La definición devida sencillamente seha ensanchado", ha comentado Ed Weiler, director científico de la NASA. "En nuestro esfuerzo por buscar signos de vida en el Sistema Solar, tenemos que tener mayor amplitud de miras".

miércoles, 1 de diciembre de 2010

Los mamíferos terrestres dejaron de crecer hace 40 millones de años


Ocuparon el mundo de los dinosaurios y algunos llegaron a pesar 17 toneladas
ALICIA RIVERA - Madrid - 01/12/2010

Vota Resultado 5 votos . .Durante los primeros 140 millones de años de su historia evolutiva, los mamíferos fueron unos animales pequeños, de entre 3 gramos y 15 kilos, y vivieron confinados en un margen estrecho de nichos ecológicos. Pero empezaron a extenderse y a ganar masa corporal cuando, hace 65 millones de años, desaparecieron los dinosaurios, aquellos seres que habían dominado el planeta. Hace unos 40 millones de años, su tamaño se estabilizó. Seguramente, se debió a las temperaturas templadas -que ponen un límite a la masa de estos organismos- y a la reducción de territorios disponibles, explica un equipo científico que ha estudiado la historia evolutiva de los mamíferos terrestres en todo el mundo a través del registro fósil y de las especies actuales.

El deinoterio, un elefante prehistórico, rondaría las 17 toneladas, y el indricoterio, como un rinoceronte gigantesco pero sin cuernos, estaría por las 15 toneladas. Por enormes que parezcan, los mamíferos nunca se acercaron a las tallas de los dinosaurios: el braquiosaurio estaría en las 80 toneladas (13 elefantes africanos).

"Cuando los dinosaurios se extinguieron, los mamíferos evolucionaron y se hicieron mucho más grandes al diversificarse para ocupar los nichos ecológicos que habían quedado disponibles. Este fenómeno estaba ya bien documentado para América del Norte, pero queríamos ver si sucedió lo mismo en el resto del mundo", explica John Gittleman, investigador de la Universidad de Georgia (EE UU). Él forma parte del equipo de paleontólogos, biólogos y ecólogos que, bajo la dirección de Felisa A. Smith (Universidad de Nuevo México), ha compilado y analizado una enorme base de datos sobre los grandes mamíferos y lo presentan en el último número de la revista Science.

Un mismo patrón de evolución y aumento de tamaño de los mamíferos terrestres se repite en todos los continentes -aunque hay menos datos de América del Sur-, en el tiempo y en los diferentes grupos y linajes de animales, con dietas y ancestros distintos. El tamaño de estos animales empezó a aumentar hace 65 millones de años y alcanzaron el máximo de masa corporal hace unos 40 millones de años; desde entonces se ha mantenido más o menos constante.

Al constatar que la pauta de crecimiento y estancamiento es similar en todo el mundo, los investigadores deducen que influyeron condiciones ecológicas uniformes. No parece que actuase el azar ni se puede decir que los mamíferos terrestres alcanzaron un límite biomecánico máximo a partir del cual ya no podían crecer más. La temperatura global y la escasez de territorio "pueden haber condicionado en última instancia el tamaño máximo alcanzado" de los mamíferos terrestres, concluyen Smith y sus colegas. Los mayores mamíferos evolucionaron cuando el clima era más frío (los animales grandes disipan menos calor) y la tierra emergida era más extensa porque el agua se acumulaba en los polos.

Los auténticos gigantes fueron herbívoros, aunque los carnívoros siguieron la misma pauta de aumento de tamaño. Aún ahora, los primeros (elefantes, rinocerontes) siguen siendo aproximadamente un orden de magnitud mayores que los segundos (leones, tigres y osos).

martes, 30 de noviembre de 2010

Ventanas a un universo anterior


Uno de los círculos concéntricos en la radiación de fondo de microondas que indican un universo anterior, según Roger Penrose.- WMAP


Roger Penrose cree haber identificado el rastro de choques de agujeros negros en un cosmos cíclico
MALEN RUIZ DE ELVIRA - Madrid - 29/11/2010

Los datos del satélite WMAP, que reflejan cómo era el universo poco después de su formación, muestran agujeros en su textura, afirma el prestigioso matemático británico Roger Penrose, y estos indican la existencia de un universo anterior. Para Penrose es la prueba de que el universo es cíclico, que cuando uno muere otro nace a partir del anterior, lo que hace innecesaria la brevísima fase de inflación inmediatamente posterior al Big Bang o Gran Explosión que los científicos aceptan actualmente en el proceso que se inició hace 13.700 millones de años.

Penrose y el armenio Vahe Gurzadyan titulan su artículo prepublicado en Internet Círculos concéntricos en los datos de WMAP pueden proporcionar pruebas de una actividad violenta antes del Big Bang y explican: "De acuerdo con la cosmología cíclica conforme (CCC), lo que normalmente sería considerada la historia entera de nuestro universo, que empieza con su Gran Explosión y termina con la aceleración de una expansión tipo De Sitter (si se acepta que la constante cosmológica es positiva) sería solamente un eón en una sucesión (quizás sin fin) de eones". Los círculos serían los restos de los numerosos choques de agujeros negros supermasivos en cúmulos de galaxias en el eón previo al nuestro. Estos choques liberarían enormes cantidades de energía en forma de ráfagas de emisiones de ondas gravitatorias, añaden los científicos, que desde la perspectiva de nuestro eón aparecerían como ráfagas esféricas de energía en la materia inicial del universo, una forma primordial de materia oscura.

Según ellos, el Big Bang de cada eón se considera la continuación del previo. Además, la CCC supone que no existe una fase inflacionaria en ninguna de las épocas, sino que los indicios de esta inflación corresponden a la existencia de la expansión exponencial final de la época previa.

Lo que Gurzadyan ha identificado en una amplia revision de los datos tomados durante siete años por WMAP son unos círculos concéntricos en la radiación de fondo de microondas, con una distribución general, que indican una temperatura muy inferior al resto del fondo. Serían las ventanas al universo anterior. La existencia de estos círculos era una predicción de la teoría del universo cíclico y no tiene una fácil explicación según la hipótesis vigente -el Modelo Estándar- afirman los científicos en su artículo.

El físico Julian Barbour, en declaraciones a Physics World, se muestra cauteloso al comentar lo postulado por Penrose. Los círculos serían "notables si existieran y sensacionales si confirmaran la teoría de Penrose", dice. Cree, sin embargo, que lo que dice Penrose será muy polémico y que otros investigadores estudiarán los datos de forma muy crítica. La teoría es, para él, discutible en muchos aspectos, incluido el abrupto cambio de escala entre un eón y el siguiente y la crucial suposición de que todas las partículas perderán su masa en un futuro muy lejano, ya que no hay pruebas de que los electrones, por ejemplo, se desintegren. En su libro Ciclos del tiempo, recientemente publicado en español por Debate, Penrose defiende la CCC y avanza la posibilidad de detectar su rastro en la radiación de fondo de microondas.

sábado, 27 de noviembre de 2010

Holbein cycle presented for the first time in centuries


A panel of the "Grey Passion"

Recent restoration corrects earlier botched treatments
By Martin Bailey | From issue 218, November 2010
Published online 25 Nov 10 (Conservation)

STUTTGART. Holbein the Elder’s greatest altarpiece is to go on show in Stuttgart in November, after a three-year, €450,000 project to undo damaging restorations by earlier conservators. Known as the “Grey Passion”, the 12-panel cycle was painted in Augsburg from 1494 to 1500. For the first time in centuries, it will be possible to see the cycle as a harmonious whole.

In 2003, the Stuttgart Staatsgalerie purchased the “Grey Passion” for €12m from the Fürstenburg family of Donaue­schingen, in southern Germany. It had been acquired by the family in 1853 from the Munich dealer Montmorillon, but its earlier provenance is unknown. By this time the two double-sided wings, with three images on each side, had been sawn down, creating 12 separate panels. The splitting of the wings caused considerable damage. The latticed support battens put a strain on the panels, causing the paint layer to crack.

Originally the two wings would have come from a triptych, and the central part would presumably have represented the Crucifixion. It was probably a sculpture, most likely by the Augsburg sculptor, Gregor Erhart, who worked with Holbein. The publicity surrounding Stuttgart’s forthcoming exhibition of the panels could lead to the identification of the lost 500-year-old Crucifixion.

The 12 panels suffered two damaging restorations. In 1918, Paul Gerhardt restored nine panels, applying too much overpaint, and painting six with green backgrounds and three with blue. The backgrounds of the remaining panels had become almost black.

In the 1940s two of the panels worked on by Gerhardt were restored again by Marga Eschenbach. Convinced that gilded haloes in The Descent from the Cross and The Flag-ellation were later additions, she removed them. Other specialists believed that haloes were part of Holbein’s original composition.

As a result, only three panels were left relatively unrestored (but with some damage over the centuries) and each had a very different appearance, making them difficult to read as an ensemble. Although the figures’ flesh tones survived in reasonable condition, the draperies have been stripped of their glazes.

Infrared reflectography showed that the underdrawing was executed in silverpoint, an unusual medium for this purpose at the time. It also revealed changes to the original composition, such as the soldier’s hand which held the rope around Christ’s neck in The Arrest of Christ. The underdrawings also show a characteristic feature of Holbein’s finished drawings on paper: hooks at the end of drapery, which confirms that he did the work.

Conservators used solvents to laboriously remove later overpaint and yellowed varnish, and repainted lost areas in reversible watercolours. The Flagellation and The Descent from the Cross required the most retouching.

The “Grey Passion” is the centrepiece of a show running from 27 November to 20 March 2011 see">www.theartnewspaper.com/whatson"> What’s On.

Eyes in the back of his head


A New York professor plans to implant a camera in the back of his head so that he can take pictures at one-minute intervals which will be streamed to the Mathaf: Arab Museum of Modern Art in Qatar (opening next month), reports the Wall Street Journal. Wafaa Bilal, an Iraqi assistant professor in the photography and imaging department of NYU's Tisch School of the Arts, will undertake the project for a year (though there are apparently student privacy issues on the NY campus). The work, entitled The 3rd I, is intended as "a comment on the inaccessibility of time, and the inability to capture memory and experience", according to a museum press blurb.

Danish artists' exhibition cancelled over royal orgy cartoon


A retrospective of artist duo Surrend has been scrapped because of a poster depicting the Danish royal family having sex
By Clemens Bomsdorf | Web only
Published online 18 Oct 10 (News)


COPENHAGEN. A cartoon depicting the Danish royal family taking part in an orgy has led to the cancellation of a retrospective of works by satirical Danish artist duo Surrend (consisting of Jan Egesborg and Pia Bertelsen). “These people just want to attract attention, nothing else,” said Thomas Bloch Ravn, the director of Den Gamle By in Aarhus, Denmark's second city. “It turned out that I cannot trust them and therefore I decided it's better not to collaborate with them.”

The show was due to open in the Danish Poster Museum, part of Den Gamle By, on 13 October. “We agreed on a retrospective exhibition, but when Surrend announced it was including a totally new poster depicting the Danish royals in a pornographic scene, that was against our agreement,” Ravn said. “This is a clear case of censorship”, said Egesborg. “Denmark pretends to encourage freedom of speech and argues for publishing a cartoon hurting millions of Muslims, but when it comes to its own royalty it's a different story.”

Ravn denied censorship and said: “In the same way that the editor-in-chief decides what is published in a newspaper, the head of a museum has the last saying regarding works in an exhibition. They are free to publish their work elsewhere.” Peder Stougaard, the head of the Danish Poster Museum, said he disagreed with the show's cancellation, although he would not have displayed the royal family image.

The Surrend artists are astonished that neither Kurt Westergaard, whose famous cartoon of the Prophet Muhammad wearing a turban that looked like bomb was published in a Danish newspaper in 2005, nor Flemming Rose, the editor who commissioned it, nor the Danish Free Press Society have publicly protested against the exhibition's cancellation.

Lars Hedegaard, the president of the Free Press Society, told The Art Newspaper that he sees the cancellation is an “overreaction, but not censorship”. The Danish Association of Visual Artists is backing Surrend, while the Association of Specialised Museums in Denmark said it supports Den Gamle By's decision.

Surrend is known for its fake posters and advertisements. Under the name of “Danes for World Peace” it booked an advertisement in the Tehran Times that included a portrait of Iranian president Mahmoud Ahmadinejad. The first letters of each line of the text spelled the word “swine”. Surrend have also displayed posters in public showing decapitated Danish royalty next to a guillotine.

Científicos chinos logran almacenar 90 GB en una bacteria


EP | MADRID El aumento de datos y contenidos hace fundamental la búsqueda de nuevas fórmulas de almacenamiento y los investigadores tienden a reducir cada vez más el tamaño. Científicos chinos han dado un paso más y han tenido éxito en sus experimentos de almacenamiento en soportes biológicos.
Miembros de la Universidad China de Hong Kong han conseguido almacenar 90 GB dentro de una bacteria. El sistema se basa en una nueva codificación de los datos, que permite reducir su tamaño de forma espectacular. Tras la reducción del tamaño, los científicos han podido introducir la información en forma de ADN modificado.

La iniciativa no es pionera. En 2001 y 2007 ya se habían producido distintos experimentos donde se pretendía emplear sistemas de almacenamiento biológico. Estos experimentos no tuvieron éxito, pero desde la Universidad China de Hong Kong los destacan como los primeros pasos en la materia.
Para los investigadores la clave está en su sistema de codificación. Los científicos creen que podrían almacenar el equivalente de 2TB en apenas unos gramos de bacterias. Gracias a sus avances confían en que este tipo de almacenamiento pueda ser el futuro. "Creemos que esto podría ser un estándar industrial para la manipulación a gran escala del almacenamiento de datos en las células vivas" han declarado los responsables del proyecto en su página web.

En la presentación de su proyecto, los científicos son muy optimistas sobre las posibilidades de esta innovación en el futuro. Las aplicaciones podrían variar del almacenamiento de contenidos digitales a la inserción de códigos de barras en organismos sintéticos.

viernes, 26 de noviembre de 2010

Gotas de materia del universo primitivo


El acelerador de partículas LHC reproduce el plasma de altísima temperatura previo a los constituyentes de los átomos. A.R. - Madrid - 26/11/2010

Cuando el universo era muy joven, casi recién nacido, no podía existir la materia como la conocemos actualmente en el universo visible, en la Tierra o en los mismos seres humanos, ya que era demasiado caliente y turbulento para que se formaran las partículas de los átomos. Pero reproducir esas condiciones es importante para conocer las leyes fundamentales de la materia y para averiguar cómo era el cosmos al principio. En el acelerador de partículas LHC, los científicos han dado un paso más en esa búsqueda al producir una especie de sopa supercaliente y superconcentrada que los físicos denominan plasma de gluones y quarks. En los experimentos han obtenido minúsculas gotas de ese plasma, lo que facilita la investigación del universo en sus primeros instantes y de la naturaleza de la llamada fuerza fuerte, que mantiene unidos los gluones y los quarks para formar los protones y neutrones que componen los núcleos de los átomos.




No es la primera vez que se obtiene esta sopa primordial, pero en los experimentos del LHC se han alcanzado mayores temperaturas del plasma y mayor cantidad que en otros aceleradores, informa el Laboratorio Europeo de Física de Partículas (CERN, junto a Ginebra). Estos experimentos se han hecho en la fase actual de operación de la gran instalación en la que, en lugar de acelerar y colisionar protones, se está trabajando con iones pesados, es decir, núcleos de plomo. Uno de los experimentos del LHC, el Alice, específicamente diseñado para aprovechar a fondo este tipo de colisiones, ha obtenido los datos que demuestran la producción del plasma de gluones y quarks; pero también otros dos grandes detectores, el Atlas y el CMS, han detectado en fenómeno. Alice ha preparado ya dos artículos científicos sobre sus avances y Atlas acaba de enviar el suyo a la prestigiosas revista Physical Review Letters. El artículo correspondiente de CMS es inminente, anuncia el CERN en un comunicado.

"Es impresionante lo rápido que los experimentos han llegado a estos resultados, que suponen una física muy compleja", ha comentado el director de investigación del CERN, Sergio Bertolucci. "Los equipos experimentales están compitiendo entre sí para ser primeros en publicar sus resultados, pero a la vez trabajan juntos para componer el cuadro completo de los avances y contrastar los resultados. Es un bonito ejemplo de cómo la competición y la colaboración es clave en este campo de investigación".




Cuando los núcleos de plomo chocan en el LHC, explican los expertos del CERN, se concentra suficiente energía en un minúsculo volumen para generar esas pequeñas gotas de plasma. Los resultados de Alice señalan una producción en cantidades significativamente superiores a las obtenidas en experimentos previos,y a superior temperatura, comprobando que el plasma producido en el LHC se comporta como un líquido de muy baja viscosidad, un fluido perfecto. Los detectores Atlas y CMS han medido chorros de partículas que emergen de las colisiones con características muy específicas, como el llamado quenching de los chorros.

miércoles, 3 de noviembre de 2010

Einstein sigue teniendo razón




A.R. - Madrid - 03/11/2010

"A muchos físicos les gustaría reemplazar la visión de Einstein de la gravedad -expresada en sus teorías de la relatividad- con algo que maneje todas las fuerzas fundamentales. Hay muchas ideas pero pocas vías para comprobarlas", dice Peter Michelson, científico de la Universidad de Stanford (EE UU).

Para comprobar ideas o hipótesis lo lógico es hacer predicciones del tipo "si esto es correcto, debería observarse tal o cual efecto en tales condiciones...". Luego hay que comprobarlo. Una de los modelos teóricos elaborados para superar la visión de la gravedad de Einstein indica que los fotones de los rayos gamma de alta energía viajarían algo más despacio que los fotones de baja energía, lo que viola el axioma del sabio alemán acerca de que toda radiación electromagnética, desde la sondas radio hasta los rayos gamma, viajan en el vacío a la misma velocidad (la de la luz).




El telescopio Fermi de la NASA, especializado en observar destellos de rayos gamma, ha permitido ahora realizar unas mediciones extremadamente precisas de la velocidad de los fotones de energía alta y baja. Tras uno de esos destello, seguramente producido por la colisión de dos astros superdensos a una distancia de unos 7.300 millones de años luz de la Tierra, los científicos han detectado dos fotones de diferente energía (hasta un millón de veces mayor uno que otro) y han logrado medir su llegada prácticamente simultánea al telescopio.




"Estas medidas eliminan cualquier enfoque de una nueva teoría de la gravedad que prediga un cambio notable de la velocidad de la luz en función de la energía", afirma Michelson, investigador principal del Fermi. "Con una diferencia de solo una parte en 100.000 billones, estos dos fotones viajan a la misma velocidad. Einstein sigue teniendo razón". El destello de rayos gamma que ha permitido estas observaciones, denominado GRB 090510, se produjo el 10 de mayo de 2009 y duró 2,1 segundos; lo captaron varios telescopios especializados y, con ayuda de observatorios en tierra, se pudo determinar la distancia de origen a 7.300 millones de años luz, informa la NASA.

Telepresencia casi en tiempo real


Imagen holográfica dinámica de un avión Phantom F-4 proyectada en un polímero fotorefractivo durante un experimento en la Universidad de Arizona- GARGASZPHOTOS.COM / UNIVERSITY OF ARIZONA


Los recursos de 'La Guerra de las Galaxias', a punto de convertirse en realidad con el perfeccionamiento de la holografía dinámica
A.R. / M.R.E - Madrid - 03/11/2010

La telepresencia, la capacidad de proyectar una escena en movimiento en tiempo real en un lugar diferente de donde se está realmente produciendo y sin necesidad de utilizar gafas especiales, está cerca de hacerse realidad, y a todo color. La tecnología de hologramas se basa en una batería de cámaras, un láser y un polímero especial para almacenar y crear las imágenes. La capacidad de refresco de imágenes del dispositivo es ya de solo dos segundos, casi tiempo real, según sus inventores, de la Universidad de Arizona (EEUU). De momento han presentado un prototipo con una pantalla de 25 centímetros, pero ya han probado con éxito una versión mayor de 43 centímetros.

"La telepresencia holográfica significa que podemos grabar una imagen en tres dimensiones en un sitio y mostrarla en otro, en tiempo real, en cualquier lugar del mundo", explica el líder del equipo, Nasser Peyghambarian. La holografía es capaz ya de proporcionar imágenes de excelente resolución en tres dimensiones y gran escala, destacan los investigadores, "pero hasta ahora no tenía la capacidad dinámica de actualización ". Los dos principales obstáculos, señalan, estaban en la insuficiente potencia de cómputo -en el caso de los hologramas generados por ordenador- y en la falta de un medio de grabación holográfica dinámica y de suficiente tamaño. Peyghambarian y sus colegas de la Universidad de Arizona -en colaboración con la empresa NDT, de California- publican su avance en la revista Nature, que destaca el trabajo en la portada y lo califica de "primicia de la telepresencia tridimensional".




La imagen tridimensional dinámica ha despertado un gran interés popular en fenómenos como la película Avatar o la utilización de periodistas holográficos haciendo entrevistas en la CNN durante las últimas elecciones presidenciales estadounidenses, apuntan los investigadores en su artículo. Pero puntualizan que esos efectos poco tienen que ver con la holografía. El problema, añaden, es que la cantidad de información necesaria para generar un holograma de alta calidad es tan grande que la posibilidad de reproducir video en tiempo real se ha visto limitada por el tamaño o por la resolución.

Con la nueva tecnología, la imagen o escena original se graba con una batería de cámaras corrientes de manera que cada una capta el objeto desde una perspectiva. Cuantas más cámaras se utilicen, mayor calidad tendrá el resultado final. La información grabada se trasmite al destino, donde se codifica en pulsos de luz láser que interfieren con otro láser que sirve de referencia. El patrón de interferencia resultante se graba en un polímero especial (la pantalla) en el que se crea y almacena la imagen. Cada pulso de láser registra un hogel (pixel holográfico o versión tridimensional de un pixel) individual en el polímero, que refresca los hologramas cada dos segundos.

El holograma se desvanece por sí solo al cabo de un par de minutos o segundos (dependiendo de las condiciones del experimento) o puede borrarse al grabar una nueva imagen tridimensional.

Supongamos que quiero hacer una presentación en Nueva York", explica Peyghambarian. "Todo lo que necesito es una batería de cámaras aquí en mi despacho de Tucson y una conexión rápida de Internet, en el otro extremo, en Nueva York, tendrá que haber un dispositivo tridimensional que utilice nuestro sistema de láser y todo está controlado automáticamente por el ordenador. A medida que se transmiten las señales de la imagen, los láseres las inscriben en la pantalla y las presentan en una proyección tridimensional en la que aparezco yo dando la charla".

El sistema, aseguran estos especialistas carece del problema habitual de las vibraciones en este tipo de dispositivo. Tampoco exige un control especial de temperatura y de ruido. La industria del entretenimiento y el mundo de la publicidad son usuario potenciales de esta tecnología, pero también la telemedicina, pro ejemplo, se beneficiaría de ella ya que, por ejemplo, con ella podrían teleparticipar en intervenciones quirúrgicas médicos ubicados en cualquier parte del mundo.

La revista Nature recuerda que este mismo equipo ya presentó hace un par de años un sistema similar, pero entonces era monocromo y con un tiempo de refresco de la imagen de cuatro minutos.